Tra poche ore l’appuntamento sarà in Etelaesplanadi 14 a Helsinki, al Ravintola Savoy, il ristorante (ravintola in finlandese) che ospita la conferenza stampa del terzo appuntamento di Cook it raw, cuocilo crudo piuttosto che vivo, nel senso di non far passar tempo tra raccolto, produzione, uccisione e preparazione del piatto. Guai perdere linfa vitale, guai ammosciare gli ingredienti, impoverirli. Raccogli e cuoci, mangia e godi.

Dopo la presentazione e un party presso la produzione immagini, tutti a bordo del treno letto per Kolari, 900 chilometri verso nord, ben oltre Rovaniemi e il Circolo Polare, picnic a bordo, ognuno porterà qualcosa di buono da casa (io salame di Varzi ad esempio, pane nero, mortadella, pomodori secchi in salsa limoncina, Emmenthal) e lo dividerà con gli altri che saranno cuochi o giornalisti. Tempo di permanenza a bordo: quasi 14 ore.

Into the Wild, the wilderness of the Nordic Polar Circle, così ha intitolato Alessandro Porcelli, che sul treno farà salire Albert Adrià, Inaki Aizpitarte, Fredrik Andersson, Alex Atala, Pascal Barbot, Claude Bosi, Massimo Bottura, Dave Chang, Quique Dacosta, Yoshihiro Narisawa, Magnus Nilsson (svedese, ho una gran voglia di conoscerlo perché arriva da un puntino chiamato Faviken, vicino Are, nella regione dello Jamtland, il mio ombelico mentale), Petter Nilsson, Daniel Patterson, René Redzepi, Davide Scabin e Hans Valimaki. E lassù incontreremo Timo Nienimen e tante figure che danno concretezza al posto, Erik, Jarkko, Jari

Da Kolari a Levi e da lì tutt’attorno fino a lunedì mattina quando si farà rientro a Helsinki, dopo escursioni nei boschi, raccolta funghi, erbe e quant’altro appaia commestibile, pesca nel lago e nei fiumi, dopo la preparazione della carne di renna e le cene preparate dai maestri secondo ispirazione con quanto a disposizione più delle chicche tipo, leggo nel programma, “tagliatelle alla bolognese e risotto ai funghi”.

Mi emoziona l’idea di un viaggio verso il Nord, dove già ora il termometro di giorno fatica a superare i 10°, dove facilmente piove ma almeno non si è ancora sotto zero, dove conosceremo tutt’altri prodotti rispetto alla quotidianità di quasi tutti noi partecipanti.

Cinque giorni a New York, cinque giorni che hanno fatto perno sull’inaugurazione di Eataly e sulle Identità prossime venture in terra d’America. Poco tempo per il resto, niente Salumeria Rosi e il suo capitano Cesare Casella ad esempio, niente Wd-50 per la creatività di Wylie Dufrense, prima il lavoro insomma.

Però non ho certo fatto dieta. Tre foto per tre oscar: il miglior piatto, un hamburger, e il miglior locale, italiano. L’immagine pannosa? Il peggiore, una sorta di gelato al fromage blanc con lampone, biscotti sbriciolati e panna. Peccato che al DBGB kitchen & bar, al 299 della Bowery, si siano scordati il sapore.

Che servizio e che qualità classica, pesce (ma sul secondo sono sbarcato per godermi un galletto al limone e fregola), da Esca al 402 West 43rd Street (fare riferimento sulla Ninth Avenue).
E il boccone da urlo? Da Shake Shack, il chiostro di hamburger a Madison Square Park, il Flatiron è lì e Eataly cento metri più a destra. Il panino top ha una doppia anima: carne macinata di qualità e una seconda polpetta, alta alta, che al primo morso della prima volta si rivelerà un bon bon di robusta panatura croccante ripieno di fonduta. Strepitoso.

Strano, pur vivendo in un Bengodi dell’efficienza burocratica e tecnologica come l’Italia, mi stupisce poter godere del wifi gratuito in un giardinetto in zona 13rd street west (che non è l’angolo top del quartiere più top) e di salire su un taxi qualsiasi e avere le notizie via webtv. Ieri tre le principali, una su Obama, la seconda su una bionda finita sotto processo e la terza? L’inaugurazione di Eataly.

Abituati al paradiso Italia, ho pensato fosse per via della presenza (due ore) del sindaco Bloomberg, quella che da noi si chiama marchetta. Errore, pressoché ignorato. Nel minuto di servizio si parlava proprio di Grande Italia, delle nostre eccellenze agroalimentari e di quello che sarà lì sulla Quinta Strada.

C’è una grande voglia di bontà tricolore, e mi fa piacere, ma io riparto ripetendomi quanto mi ha detto un importatore locale di cioccolato, cittadino statunitense, stupito per il mio stupore per la disponibilità di Bloomberg a condurre l’inaugurazione, a spiegare cosa è mai Eataly, a non tirarsela, a girare senza un codazzo di veline e portaborse, a mettere a loro agio i giornalisti sul lavoro: “Perché ti stupisci? E’ lui a nostra disposizione, non noi”. Fantascienza in Italia.


Certo che questo Michael Bloomberg è un grande, spudorato copiatore dei nostri Primi Cittadini colleghi suoi. Un paio di ore fa ha inaugurato Eataly, nel bel mezzo della New York che amministra, e di cosa si è vantato? Di avere deciso lo scorso 1° gennaio “di semplificare le pratiche per aprire un ristorante o un negozio di alimentari perché, visto che c’è la crisi, più nuove imprese nascono e meglio è per l’economia e l’occupazione. Ricordiamoci che l’anno scorso siamo visitati da 47,5 milioni di turisti, giusto offrire le cucine migliori e aiutare chi investe. Da quando il programma è attivo l’Amministrazione ha aiutato più di 140 ristoratori in tutti e cinque i quartieri perché non esiste solo Manhattan. Eataly, con i suoi 300 contratti fissi, è solo l’esempio più importante”.

Ecco, avete mai sentito un nostro sindaco annunciare un suo New Business Acceleration Team per agevolare l’apertura di nuovi ristoranti, bar, panetterie e macellerie? Io non ancora.


Ci siamo quasi qui a Manhattan: Carlin Petrini è arrivato, Oscar Farinetti gli ha fatto gli onori di casa e così domani a mezzogiorno verrà finalmente inaugurata Eataly, presente il sindaco di New York Michael Bloomberg e quello di Torino Sergio Chiamparino. Parleranno loro quattro, poi verrà tagliato il nastro tricolore, in pasta e non in stoffa. Siamo italiani, in questo caso orgogliosi di esserlo. Non capita ogni giorno.

Il pubblico potrà entrare dalle 4 pm. E dietro questo scatto c’è un momento davvero speciale. E’ successo che verso le 11 (le 5 pomeridiane in Italia), Oscar abbia voluto uscire sulla Quinta Strada per fumarsi una sigaretta. Due passi, due secondi e chi arriva? Carlin. A mettersi d’accordo non sarebbe accaduto. Ma la cosa più incredibile erano gli americani che si sono messi a fotografare il fondatore dello Slow Food e coloro che si complimentavano con Farinetti per il progetto Eataly. Gente comune che passava.

La foto sotto mi fa invece acquolinare, per i funghi che vedo benissimo trifolati e polentati, polenta gialla secondo vangelo trentino.

Qui a New York, le cose da Eataly, in attesa dell’inaugurazione di martedì prossimo a metà pomeriggio funzionano così. Prima però una parentesi: Eataly dà sulla Quinta Strada, all’altezza di Madison Square Park, con un’entrata anche sulla 23rd Street West e l’uscita sulla 22nd, sempre West. In pratica, è subito dopo (o subito prima) del Flatiron Building, quel ferro da stiro che fu tra i primissimi (il primo?) grattacieli della città nel 1902. E’ la somma di più negozi, tanto che si contano ben cinque diversi pavimenti, con una sorta di piazza centrale.

Le cose della vigilia: i Farinetti, Oscar, la moglie, il figlio Nicola, girano come trottole ad alimentazione atomica (per Oscar è riduttivo) tra i vari reparti che prendono via via corpo, mentre tutti badano al loro spazio. Sergio Capaldo prezza la carne, Luca Montersino quota i dessert (che formano una mappa zuccherosa della Buona Italia) e Teo Musso le birre, Mario Batali segue Manzo, il ristorante d’autore da lui pensato, e placca i giornalisti americani che fino alla conferenza stampa di dopodomani non possono avere libero accesso, soprattutto quando si mangia. Joe Bastianich bada invece al vino e a quella che sarà la scuola di cucina di sua madre Lidia, mentre Piero, il primogenito di un’altra grande Lidia, Lidia Alciati, da poco salita in cielo, verifica che le proposte ristorative seguono l’impronta della casa madre. Poi ci sono gli amici, i fornitori, gli chef di questa o quella insegna, i giornalisti italiani che fanno anche da cavie e si accomodano ai vari tavoli, scelgono e ordinano che se l’emporio fosse regolarmente aperto.

Eataly è l’Italia, ma circa la metà dei prodotti in vendita non arriva dall’Italia bensì è prodotto negli Stati Uniti, non lo è, made-in-Italy, parte della mozzarella, non può esserlo la carne così come il pesce, però tutto è allevato o pescato secondo parametri nostri anche se poi le pizze sono adattate al gusto della città. Qui vogliono che tutto abbia un gusto deciso e anche se per ogni pietanza si impiega il 50% del sale in meno rispetto ai canoni americani, per noi resta tanto.

E’ un viaggio lungo e un lavoro duro quello di promuovere la migliore Italia della tavola, grazie anche alla passione di persone che italiane non lo sono affatto. Non lo è ad esempio la cuoca coreana del ristorante a tutto verdura, ma ha carattere da vendere. E poi il confronto, la mescolanza porta sempre a nuove sintesi. La sua insalata di patate e pomodori sprigiona profumi dimenticati. Chi pensa che noi in patria abbiamo l’esclusiva dei “migliori pomodori al mondo”, sbaglia, un po’ perché spesso o sono di “plastica” o sono cinesi e un po’ perché li sanno coltivare alla grande anche da altre parti (ma non in Cina). E ancora le idee come di presentare bene un piatto estivo e banalizzato come l’Insalata di riso, una sorta di tortino con tante verdure fresche e curate. A un italiano non sarebbe venuto in mente.

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