Certo che questo Michael Bloomberg è un grande, spudorato copiatore dei nostri Primi Cittadini colleghi suoi. Un paio di ore fa ha inaugurato Eataly, nel bel mezzo della New York che amministra, e di cosa si è vantato? Di avere deciso lo scorso 1° gennaio “di semplificare le pratiche per aprire un ristorante o un negozio di alimentari perché, visto che c’è la crisi, più nuove imprese nascono e meglio è per l’economia e l’occupazione. Ricordiamoci che l’anno scorso siamo visitati da 47,5 milioni di turisti, giusto offrire le cucine migliori e aiutare chi investe. Da quando il programma è attivo l’Amministrazione ha aiutato più di 140 ristoratori in tutti e cinque i quartieri perché non esiste solo Manhattan. Eataly, con i suoi 300 contratti fissi, è solo l’esempio più importante”.

Ecco, avete mai sentito un nostro sindaco annunciare un suo New Business Acceleration Team per agevolare l’apertura di nuovi ristoranti, bar, panetterie e macellerie? Io non ancora.


Ci siamo quasi qui a Manhattan: Carlin Petrini è arrivato, Oscar Farinetti gli ha fatto gli onori di casa e così domani a mezzogiorno verrà finalmente inaugurata Eataly, presente il sindaco di New York Michael Bloomberg e quello di Torino Sergio Chiamparino. Parleranno loro quattro, poi verrà tagliato il nastro tricolore, in pasta e non in stoffa. Siamo italiani, in questo caso orgogliosi di esserlo. Non capita ogni giorno.

Il pubblico potrà entrare dalle 4 pm. E dietro questo scatto c’è un momento davvero speciale. E’ successo che verso le 11 (le 5 pomeridiane in Italia), Oscar abbia voluto uscire sulla Quinta Strada per fumarsi una sigaretta. Due passi, due secondi e chi arriva? Carlin. A mettersi d’accordo non sarebbe accaduto. Ma la cosa più incredibile erano gli americani che si sono messi a fotografare il fondatore dello Slow Food e coloro che si complimentavano con Farinetti per il progetto Eataly. Gente comune che passava.

La foto sotto mi fa invece acquolinare, per i funghi che vedo benissimo trifolati e polentati, polenta gialla secondo vangelo trentino.

Qui a New York, le cose da Eataly, in attesa dell’inaugurazione di martedì prossimo a metà pomeriggio funzionano così. Prima però una parentesi: Eataly dà sulla Quinta Strada, all’altezza di Madison Square Park, con un’entrata anche sulla 23rd Street West e l’uscita sulla 22nd, sempre West. In pratica, è subito dopo (o subito prima) del Flatiron Building, quel ferro da stiro che fu tra i primissimi (il primo?) grattacieli della città nel 1902. E’ la somma di più negozi, tanto che si contano ben cinque diversi pavimenti, con una sorta di piazza centrale.

Le cose della vigilia: i Farinetti, Oscar, la moglie, il figlio Nicola, girano come trottole ad alimentazione atomica (per Oscar è riduttivo) tra i vari reparti che prendono via via corpo, mentre tutti badano al loro spazio. Sergio Capaldo prezza la carne, Luca Montersino quota i dessert (che formano una mappa zuccherosa della Buona Italia) e Teo Musso le birre, Mario Batali segue Manzo, il ristorante d’autore da lui pensato, e placca i giornalisti americani che fino alla conferenza stampa di dopodomani non possono avere libero accesso, soprattutto quando si mangia. Joe Bastianich bada invece al vino e a quella che sarà la scuola di cucina di sua madre Lidia, mentre Piero, il primogenito di un’altra grande Lidia, Lidia Alciati, da poco salita in cielo, verifica che le proposte ristorative seguono l’impronta della casa madre. Poi ci sono gli amici, i fornitori, gli chef di questa o quella insegna, i giornalisti italiani che fanno anche da cavie e si accomodano ai vari tavoli, scelgono e ordinano che se l’emporio fosse regolarmente aperto.

Eataly è l’Italia, ma circa la metà dei prodotti in vendita non arriva dall’Italia bensì è prodotto negli Stati Uniti, non lo è, made-in-Italy, parte della mozzarella, non può esserlo la carne così come il pesce, però tutto è allevato o pescato secondo parametri nostri anche se poi le pizze sono adattate al gusto della città. Qui vogliono che tutto abbia un gusto deciso e anche se per ogni pietanza si impiega il 50% del sale in meno rispetto ai canoni americani, per noi resta tanto.

E’ un viaggio lungo e un lavoro duro quello di promuovere la migliore Italia della tavola, grazie anche alla passione di persone che italiane non lo sono affatto. Non lo è ad esempio la cuoca coreana del ristorante a tutto verdura, ma ha carattere da vendere. E poi il confronto, la mescolanza porta sempre a nuove sintesi. La sua insalata di patate e pomodori sprigiona profumi dimenticati. Chi pensa che noi in patria abbiamo l’esclusiva dei “migliori pomodori al mondo”, sbaglia, un po’ perché spesso o sono di “plastica” o sono cinesi e un po’ perché li sanno coltivare alla grande anche da altre parti (ma non in Cina). E ancora le idee come di presentare bene un piatto estivo e banalizzato come l’Insalata di riso, una sorta di tortino con tante verdure fresche e curate. A un italiano non sarebbe venuto in mente.

Uno può anche non dormire come si deve da giorni, quel sonno lungo, sereno e profondo che ti rigenera, può sognare solo un comodo letto ma quando atterri a New York, e sono appena le due del pomeriggio, l’ultima cosa che vuoi fare è startene in camera. Anche perché tra la Quinta Avenue e la Ventitreesima Strada, a metri 120 dal Flatiron, Oscar Farinetti sta ritoccando Eataly New York. Apertura martedì prossimo nel pomeriggio.

Se la parola-simbolo di Torino era ORGOGLIO e quella di Tokyo SEMPLICITA’, qui spunta il DUBBIO: “La nostra specialità è cambiare idea. Adoriamo i dubbi e non amiamo le certezze. Insieme abbiamo ideato Eataly New York per voi… ma anche per noi. Siamo abbastanza contenti , ma di sicuro cambieremo ancora molte cose”. Firmato Mario Batali (foto sotto, con Massimo Bottura), Lidia Bastianich, Joe Bastianich, Adam Saper e Oscar Farinetti.

Nell’angolo pastaiolo si legge questo: “Fresh pasta + bravo cook + good ingredients = persona felice”. Ecco, sono felice che stia per aprire un grande magazzino che offre il meglio dell’agroalimentare italiano contemporaneo, un progetto lontano anni luce dagli stereotipi “pasta, pizza e mandolino”, anche se la pasta c’è e la pizza pure. Il mandolino non lo so, ma se anche ci fosse verrebbe suonato da un italiani di oggi, ben lontano da ogni retorica.

Notare bene: i pomodori sono americani e con essi tantissimo altro, anche la mozzarella, 40 chili (che non basteranno) al giorno prodotti sul posto. Quando tra di noi ci lodiamo e sbrodoliamo, orgogliosi della nostra eccellenza, non sempre sappiamo e non tutti sanno di cosa si parla perché non assaggiamo e gustiamo il mondo e non ci confrontiamo con realtà straniere.

Una sfida emozionante.

Il mio agosto goloso ha avuto inizio da Niko Romito a Rivisondoli per concludersi ieri da Nicola Fossaceca a San Salvo, a cavallo tra Molise e Abruzzo, per “dai, un antipasto e un primo e si riparte” che in verità è stato molto di più, cosa che uno fa quando la cucina non solo è ottima ma anche leggera da passare inosservata per lo stomaco.

Le foto appartengono però a un altro momento, sulla Selva di Fasano, tra Alberobello e il mare di Puglia, nella casa di Antonio e di Patrizia da dove non mi sarei mosso. Una coppia di catalani, Jordi e Mercedes, hanno confermato la bontà del baccalà che loro stessi distribuiscono, mentre i padroni di casa hanno spaziato in lungo e in largo, tra terra e mare e una sapienza incredibile.

Mi hanno stregato le orecchiette ai gamberi cotti un niente solo con il calore della pasta, i gamberi rossi preparati nella vaporiera con delle barbabietole dell’orto e poi serviti su cetrioli, cipolle e pomodori freschi… al punto che continuo a chiedermi che differenza vi sia tra quella casa in collina e un’ottima trattoria. E la risposta non è nei piatti, ma nell’attitudine dei vari protagonisti, nell’essere loro degli appassionati che cucinano alla grande quando ne hanno voglia, senza l’obbligo di rispettare aperture, orari e menù come per qualsiasi oste e ristoratore. Casa loro può anche non aprire, Antonio fa un certo mestiere e Patrizia un altro, non cucinano alla grande per arrivare a una stella e incassare bene, cucinano per divertirsi. Un ristorante no, deve marciare spedito, pagare i dipendenti, avere piatti invitanti, ottimo vino e una costanza a prova di guide e di blog. E’ facile che la sera uno chef sia stufo e Patrizia solo stanca, e i clienti del primo si alzino seccati per avere mangiato così così e gli amici della seconda felici. Senza contare che agli amici perdoni tutto.

E poi nella vita ci sono coloro che a furia di sentirsi dire “ma come cucini bene, perché non apri un ristorante?”, il posto lo aprono per davvero e, tempo un anno o due, impegnano anche le mutande. Cucinare benissimo per gioco è mille volte più facile, non subisci lo stress da prestazione che stronca il dilettante che a cinquant’anni cambia vita e si “suicida” economicamente e professionalmente.

Tredici anni dopo il suo Guido, Guido Alciati, per tutti Guido a Costigliole (d’Asti), questa notte, la notte da sabato e domenica, poco prima delle 6 del mattino, si è spenta Lidia Alciati, la signora degli agnolotti, rigorosamente al plin. Le erano vicini i figli Piero, Andrea e Ugo, il primo lo ritroviamo impegnato da Eataly a Torino, il secondo nel Relais San Maurizio a Santo Stefano Belbo, dove Lidia si era trasferita con la sua sapienza, e il terzo al Guido a Pollenzo vicino Bra.

Li ricordo nell’inverno 2008 tutti e quattro sul palco di Identità Golose. Lei a illuminare con la profondità di una storia d’amore molto italiana e vera. Ora quell’agnolotto si è chiuso per sempre.

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