Qui a New York, le cose da Eataly, in attesa dell’inaugurazione di martedì prossimo a metà pomeriggio funzionano così. Prima però una parentesi: Eataly dà sulla Quinta Strada, all’altezza di Madison Square Park, con un’entrata anche sulla 23rd Street West e l’uscita sulla 22nd, sempre West. In pratica, è subito dopo (o subito prima) del Flatiron Building, quel ferro da stiro che fu tra i primissimi (il primo?) grattacieli della città nel 1902. E’ la somma di più negozi, tanto che si contano ben cinque diversi pavimenti, con una sorta di piazza centrale.
Le cose della vigilia: i Farinetti, Oscar, la moglie, il figlio Nicola, girano come trottole ad alimentazione atomica (per Oscar è riduttivo) tra i vari reparti che prendono via via corpo, mentre tutti badano al loro spazio. Sergio Capaldo prezza la carne, Luca Montersino quota i dessert (che formano una mappa zuccherosa della Buona Italia) e Teo Musso le birre, Mario Batali segue Manzo, il ristorante d’autore da lui pensato, e placca i giornalisti americani che fino alla conferenza stampa di dopodomani non possono avere libero accesso, soprattutto quando si mangia. Joe Bastianich bada invece al vino e a quella che sarà la scuola di cucina di sua madre Lidia, mentre Piero, il primogenito di un’altra grande Lidia, Lidia Alciati, da poco salita in cielo, verifica che le proposte ristorative seguono l’impronta della casa madre.
Poi ci sono gli amici, i fornitori, gli chef di questa o quella insegna, i giornalisti italiani che fanno anche da cavie e si accomodano ai vari tavoli, scelgono e ordinano che se l’emporio fosse regolarmente aperto.
Eataly è l’Italia, ma circa la metà dei prodotti in vendita non arriva dall’Italia bensì è prodotto negli Stati Uniti, non lo è, made-in-Italy, parte della mozzarella, non può esserlo la carne così come il pesce, però tutto è allevato o pescato secondo parametri nostri anche se poi le pizze sono adattate al gusto della città. Qui vogliono che tutto abbia un gusto deciso e anche se per ogni pietanza si impiega il 50% del sale in meno rispetto ai canoni americani, per noi resta tanto.

E’ un viaggio lungo e un lavoro duro quello di promuovere la migliore Italia della tavola, grazie anche alla passione di persone che italiane non lo sono affatto. Non lo è ad esempio la cuoca coreana del ristorante a tutto verdura, ma ha carattere da vendere. E poi il confronto, la mescolanza porta sempre a nuove sintesi. La sua insalata di patate e pomodori sprigiona profumi dimenticati. Chi pensa che noi in patria abbiamo l’esclusiva dei “migliori pomodori al mondo”, sbaglia, un po’ perché spesso o sono di “plastica” o sono cinesi e un po’ perché li sanno coltivare alla grande anche da altre parti (ma non in Cina). E ancora le idee come di presentare bene un piatto estivo e banalizzato come l’Insalata di riso, una sorta di tortino con tante verdure fresche e curate. A un italiano non sarebbe venuto in mente.
