Luciana Bianchi
, Davide Scabin e un originalissimo porta rotolo africano nella sede di Komia, produzione che si muoverà da Helsinki in Lapponia per confezionare il filmato della terza tappa di Cook it raw tra le colline di Levi (poco più di 500 metri la più alta, sede di gare di coppa del mondo di sci alpino).

Certo, fosse arrivata anche la mia valigia affronterei meglio il viaggio in treno nella notte finlandese. Avevo fatto una delizione spesa italiana per un picnic in cuccetta, non perché salame, pane e formaggio ammuffissero in qualche deposito di chissà quale aeroporto.

Tra poche ore l’appuntamento sarà in Etelaesplanadi 14 a Helsinki, al Ravintola Savoy, il ristorante (ravintola in finlandese) che ospita la conferenza stampa del terzo appuntamento di Cook it raw, cuocilo crudo piuttosto che vivo, nel senso di non far passar tempo tra raccolto, produzione, uccisione e preparazione del piatto. Guai perdere linfa vitale, guai ammosciare gli ingredienti, impoverirli. Raccogli e cuoci, mangia e godi.

Dopo la presentazione e un party presso la produzione immagini, tutti a bordo del treno letto per Kolari, 900 chilometri verso nord, ben oltre Rovaniemi e il Circolo Polare, picnic a bordo, ognuno porterà qualcosa di buono da casa (io salame di Varzi ad esempio, pane nero, mortadella, pomodori secchi in salsa limoncina, Emmenthal) e lo dividerà con gli altri che saranno cuochi o giornalisti. Tempo di permanenza a bordo: quasi 14 ore.

Into the Wild, the wilderness of the Nordic Polar Circle, così ha intitolato Alessandro Porcelli, che sul treno farà salire Albert Adrià, Inaki Aizpitarte, Fredrik Andersson, Alex Atala, Pascal Barbot, Claude Bosi, Massimo Bottura, Dave Chang, Quique Dacosta, Yoshihiro Narisawa, Magnus Nilsson (svedese, ho una gran voglia di conoscerlo perché arriva da un puntino chiamato Faviken, vicino Are, nella regione dello Jamtland, il mio ombelico mentale), Petter Nilsson, Daniel Patterson, René Redzepi, Davide Scabin e Hans Valimaki. E lassù incontreremo Timo Nienimen e tante figure che danno concretezza al posto, Erik, Jarkko, Jari

Da Kolari a Levi e da lì tutt’attorno fino a lunedì mattina quando si farà rientro a Helsinki, dopo escursioni nei boschi, raccolta funghi, erbe e quant’altro appaia commestibile, pesca nel lago e nei fiumi, dopo la preparazione della carne di renna e le cene preparate dai maestri secondo ispirazione con quanto a disposizione più delle chicche tipo, leggo nel programma, “tagliatelle alla bolognese e risotto ai funghi”.

Mi emoziona l’idea di un viaggio verso il Nord, dove già ora il termometro di giorno fatica a superare i 10°, dove facilmente piove ma almeno non si è ancora sotto zero, dove conosceremo tutt’altri prodotti rispetto alla quotidianità di quasi tutti noi partecipanti.

Cinque giorni a New York, cinque giorni che hanno fatto perno sull’inaugurazione di Eataly e sulle Identità prossime venture in terra d’America. Poco tempo per il resto, niente Salumeria Rosi e il suo capitano Cesare Casella ad esempio, niente Wd-50 per la creatività di Wylie Dufrense, prima il lavoro insomma.

Però non ho certo fatto dieta. Tre foto per tre oscar: il miglior piatto, un hamburger, e il miglior locale, italiano. L’immagine pannosa? Il peggiore, una sorta di gelato al fromage blanc con lampone, biscotti sbriciolati e panna. Peccato che al DBGB kitchen & bar, al 299 della Bowery, si siano scordati il sapore.

Che servizio e che qualità classica, pesce (ma sul secondo sono sbarcato per godermi un galletto al limone e fregola), da Esca al 402 West 43rd Street (fare riferimento sulla Ninth Avenue).
E il boccone da urlo? Da Shake Shack, il chiostro di hamburger a Madison Square Park, il Flatiron è lì e Eataly cento metri più a destra. Il panino top ha una doppia anima: carne macinata di qualità e una seconda polpetta, alta alta, che al primo morso della prima volta si rivelerà un bon bon di robusta panatura croccante ripieno di fonduta. Strepitoso.

Strano, pur vivendo in un Bengodi dell’efficienza burocratica e tecnologica come l’Italia, mi stupisce poter godere del wifi gratuito in un giardinetto in zona 13rd street west (che non è l’angolo top del quartiere più top) e di salire su un taxi qualsiasi e avere le notizie via webtv. Ieri tre le principali, una su Obama, la seconda su una bionda finita sotto processo e la terza? L’inaugurazione di Eataly.

Abituati al paradiso Italia, ho pensato fosse per via della presenza (due ore) del sindaco Bloomberg, quella che da noi si chiama marchetta. Errore, pressoché ignorato. Nel minuto di servizio si parlava proprio di Grande Italia, delle nostre eccellenze agroalimentari e di quello che sarà lì sulla Quinta Strada.

C’è una grande voglia di bontà tricolore, e mi fa piacere, ma io riparto ripetendomi quanto mi ha detto un importatore locale di cioccolato, cittadino statunitense, stupito per il mio stupore per la disponibilità di Bloomberg a condurre l’inaugurazione, a spiegare cosa è mai Eataly, a non tirarsela, a girare senza un codazzo di veline e portaborse, a mettere a loro agio i giornalisti sul lavoro: “Perché ti stupisci? E’ lui a nostra disposizione, non noi”. Fantascienza in Italia.


Certo che questo Michael Bloomberg è un grande, spudorato copiatore dei nostri Primi Cittadini colleghi suoi. Un paio di ore fa ha inaugurato Eataly, nel bel mezzo della New York che amministra, e di cosa si è vantato? Di avere deciso lo scorso 1° gennaio “di semplificare le pratiche per aprire un ristorante o un negozio di alimentari perché, visto che c’è la crisi, più nuove imprese nascono e meglio è per l’economia e l’occupazione. Ricordiamoci che l’anno scorso siamo visitati da 47,5 milioni di turisti, giusto offrire le cucine migliori e aiutare chi investe. Da quando il programma è attivo l’Amministrazione ha aiutato più di 140 ristoratori in tutti e cinque i quartieri perché non esiste solo Manhattan. Eataly, con i suoi 300 contratti fissi, è solo l’esempio più importante”.

Ecco, avete mai sentito un nostro sindaco annunciare un suo New Business Acceleration Team per agevolare l’apertura di nuovi ristoranti, bar, panetterie e macellerie? Io non ancora.


Ci siamo quasi qui a Manhattan: Carlin Petrini è arrivato, Oscar Farinetti gli ha fatto gli onori di casa e così domani a mezzogiorno verrà finalmente inaugurata Eataly, presente il sindaco di New York Michael Bloomberg e quello di Torino Sergio Chiamparino. Parleranno loro quattro, poi verrà tagliato il nastro tricolore, in pasta e non in stoffa. Siamo italiani, in questo caso orgogliosi di esserlo. Non capita ogni giorno.

Il pubblico potrà entrare dalle 4 pm. E dietro questo scatto c’è un momento davvero speciale. E’ successo che verso le 11 (le 5 pomeridiane in Italia), Oscar abbia voluto uscire sulla Quinta Strada per fumarsi una sigaretta. Due passi, due secondi e chi arriva? Carlin. A mettersi d’accordo non sarebbe accaduto. Ma la cosa più incredibile erano gli americani che si sono messi a fotografare il fondatore dello Slow Food e coloro che si complimentavano con Farinetti per il progetto Eataly. Gente comune che passava.

La foto sotto mi fa invece acquolinare, per i funghi che vedo benissimo trifolati e polentati, polenta gialla secondo vangelo trentino.

« Pagina precedentePagina successiva »